Una misteriosa penetrazione dell'immaginario nella realtà, del vissuto nel non vissuto, delle memorie ancestrali nei ricordi abrasi di sé: con questi elementi, che si fondono in un filo conduttore sottile, la pur giovane ricerca di Alessia Zolfo - condotta in relazione con i suoi racconti letterari, accattivanti e a tratti surreali - presenta come fulcro l'esplorazione di un oltre, latente ma vitale, che trascende la tangibile quotidianità. Con forza evocatrice, l'autrice ne valica la soglia, provocando epifanie di corpi, luoghi e miti che annunciano, insieme alla loro ambigua consistenza, la loro ignota provenienza e identità: così le figure acefale di Eros e Genere umano, o l'inquietante grembo della Madre. Alla dimensione metamorfica del sogno e della favola afferiscono altri lavori come Icaro, il cui volo disatteso rimanda al tema del desiderio inappagato, oppure Sorgenti, animato dall'aleggiare di una farfalla che sembra incarnare il ricordo antico di Psiche, e districa, tra segni astratti e reminiscenze fotografiche, volti dall'identità ritrovata. A questi primi ma promettenti esiti Alessia è giunta avvalendosi di mezzi di lieve corporeità, carte e supporti traslucidi, sottoposti a colorazioni tendenzialmente monocrome, sempre parche di colore, ma modulate da passaggi tonali ora robusti ora delicati, a indicare l'ineffabile esistenza nel mondo.

 

"Uno scavo interiore è rappresentato dall'opera di Alessia Zolfo che utilizzando carte e supporti traslucidi, sottoposti a colorazioni tendenzialmente monocrome, provoca l'apparizione di corpi, luoghi e miti, memorie ancestrali e ricordi abrasi di sè. Fulcro della sua ricerca è l'esplorazione di un oltre, latente ma vitale, che trascende la tangibile quotidianità, per introdurre nella dimensione metamorfica del sogno e della favola, di cui narrano figure acefale ambigue, grembi materni inquietanti, segni astratti e reminiscenze fotografiche."

 

Dal catalogo della mostra "PresentiAssenti" del 2006

a cura di Angela Sanna

Docente di storia dell’arte e del costume

 

La ricerca di Alessia Zolfo, acerba in quanto ad esperienza ma sorprendentemente ricca di spunti e possibilità di riflessione, si articola tutta intorno alla possibilità di declinare sempre in maniera diversa il medesimo assunto, preso appunto come paradigma, a dimostrare che la pittura è un linguaggio duttile, sebbene legato a regole precise, tanto che i tradizionali strumenti espressivi possono essere riordinati, trasformati, rimodellati o anche semplicemente citati e amplificati, per assumere altri significati e veicolare nuove emozioni.

La pittura si offre come metaforica materializzazione della realtà e, contemporaneamente, come eventualità di poterla trascendere, infatti, attraverso il colore l’artista si misura con la possibilità di rapportarsi alla tangibilità del reale, per comprendere le contraddizioni del tempo presente e del suo divenire, e con l’opportunità di andare oltre. È all’opulenza della materia cromatica, alla sua universalità evocativa, alla sua tattile sensualità che assegna la funzione di denotare e poi connotare la realtà di una dimensione in cui la verità del mondo esterno lascia il posto a un mondo ricreato con i mezzi offerti dall’arte. Un mondo in cui le pennellate si intersecano e tagliano la superficie come lame affilate o l’accarezzano in un misurato crescendo di modulazioni, a creare da una parte l’effetto di calibrata messa in scena, dall’altra a sottolineare la natura di momentanea epifania. Un mondo in cui dalla materia pulsante, sempre pronta a trasformarsi, perché estremamente sensibile a captare tutto ciò che gli accade intorno, emergono emblematici frammenti del reale, come a sottolineare che in fondo fare pittura significa sempre svelare e rivelare immagini, che si palesano come inevitabile coscienza dell’accadere, del farsi delle cose, del loro continuo divenire.


Loredana Rea

docente di storia dell'arte e del costume

"Alessia Zolfo lavora, quasi tormenta la materia e ha con essa un rapporto intenso, "fisico", che si manifesta in ogni passaggio al quale sottopone il supporto. L'elemento materico preferito, ma non unico, è la carta, incollata sulla tela, strappata e soggetta a vari trattamenti, fino ad ottenere una superficie corrugata, graffiata, viva e dall'aspetto informale a distanza ravvicinata. Allontanandosi dal quadro si percepisce, tra le lacerazioni, la figura umana dal taglio espressionistico. La sua sperimentazione è volutamente disturbante, presenta personaggi dall'identità indefinita, archetipica, mostra il diverso, il malato, e le ferite invisibili che diventano quelle dell'uomo di strada, nome comune, "L'uomo senza qualità" di Musil".

 

(dal testo critico della mostra "La nuova figurazione", Pinacoteca d'Imperia, 2011)

Una pittura che riflette il travaglio dell'uomo contemporaneo, perchè questi volti, inizialmente ben definiti e poi resi irriconoscibili da graffiature, da contrasti di materie diverse, lasciano su di essi l'inquietudine e la solitudine dei personaggi che rispecchiano. In certi ritratti la veemenza del segno è mediata da una luce tetra, diffusa, che interviene sulle persone, rendendole in una trasfigurazione che è poetica e sconvolgente nello stesso tempo. Alessia Zolfo, con luci e colori passionali, ma simultaneamente agghiaccianti, propone soggetti che ci invitano alla riflessione o al dubbio su quelle figure, carnali e dolorose, come se qualcosa stia per verificarsi. Proprio l'ambiguità tra la calma e il potenziale turbamento, dona a esse una particolare capacità di rappresentare l'individuo di oggi, sospeso tra messa in scena di sè, identità multiple e volontà di fughe.

 

Paolo Levi

Critico e storico dell'arte

Credo nella coincidenza degli opposti. Uso gesso, carta, pigmenti, bitume e resina in un insieme teso a strati come pelle o come tessuto delle idee. Nella pittura, data generosamente poi sottratta, tracciata con segni chiusi netti e graffiata via, con aloni sfumati, lascio le possibili interpretazioni. Le domande sull'identità si pongono inevitabili nella mia ricerca. Ciò che mi sembra non definibile a parole lo costruisco nell'insieme dei contrari, che va oltre la forma.

 

Spesso attraverso uno spazio scelto a caso con le mani tra un mucchio di cose. A volte è un foglio bianco, altre volte è un cartone, una tela, un pezzo di legno. Cammino in punta di lapis, coi pigmenti, col pastello stretto fra le dita, poi con un graffio sul gesso. Accendo la luce e l'oscurità del pensiero si ferma. Discuto con l’ombra e rifletto. Impugno la spatola, impasto resina e olio, addenso lo smalto. Inseguo l’Idea, lo spettro effimero di una fantasia che mi porti da qualche parte lontano.

Dipingo da quando avevo dieci anni. Scelsi il liceo scientifico perché credevo che da grande sarei stata un chimico; poi, dopo aver considerato le faccende pratiche dell’esistenza troppo sgradevoli e tanto gravoso il compito dell’essere al mondo, combattuta tra il caso e l’intenzione, con il difficilissimo compito di scegliere, tra le infinite possibilità, quella più adatta a comunicare un pensiero, scelsi di fare l'artista.

Ho sperimentato con tanti strumenti, ho imparato le tecniche dell'incisione e la maniera nera, e di tutti i materiali ho amato la carta.

Raccolgo frammenti di carta ovunque e i residui di scrittura che gli altri gettano via. Cerco di dare un volto alle idee, cerco una verità che non si descrive a matita, cerco l'anatomia del pensiero. Vorrei che la figurazione e l'astrazione un giorno incominciassero a parlare insieme.

Dipingo gli uomini senza nome e senza identità e trovo nella pittura la coincidenza degli opposti. Uso al contempo carte, gesso, pigmenti, tesi a strati come pelle o possibili tessuti dell'immaginazione. La pittura è data generosamente, poi gradualmente sottratta, con segni chiusi netti, o con aloni sfumati, aperti ad altre interpretazioni.

Se dipingo i volti delle vittime non identificate di un dipartimento di medicina legale, è perché mi sento coinvolta a rendere esplicito un qualcosa del tempo che vivo. Sento di dover parlare di una realtà intima e universale, di una pesantissima leggerezza che nessuna tecnologia, nessuna catastrofe e nessun dolore potranno mai corrompere.

 

Alessia Zolfo


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